Comune di Serramonacesca

Serramonacesca è sorta nell’alto Medio Evo ed ebbe origine da famiglie scese da Polegra. Tutta la sua storia segue le sorti del monastero di San Liberatore a Majella. L’etimologia di Serramonacesca è “Serra di Monaci”; il borgo sorse, a distanza di circa due chilometri, contemporaneamente alla Badia, per salvare la misticità del luogo.
Il territorio di Serramonacesca venne compreso nell’Abruzzo Citeriore nel 1273. Nel 1467 apparteneva alla contea di Manoppello di cui seguì le vicende storiche. L’abate Pacichelli ne dava questa descrizione: “Le si avvicina (riferito a S.Valentino in A.C.) una terra volgarmente chiamata Serramonacesca, propia dei monaci Cassinesi dei quali è anche il prossimo chiostro dedicato al Redentore, ove serbasi dei volumi antichissimi in caratteri longobardi”.
Il paesaggio sorge nelle pendici settentrionali della Majella ed è situato all’interno di un territorio che presenta un dislivello di 1250 metri circa; a Nord, verso il fiume Pescara, è localizzato il punto più basso (località Selva Santo Ienno) a circa 87 metri s.l.m., mentre il punto più alto si ha presso Piano di tarica, in località Passolanciano a 1343 metri s.l.m., in prossima delle montagne del gruppo Majella.

Abbazia di San Liberatore a Majella

L’antica abbazia di San Liberatore sorge a poca distanza dal centro abitato di Serramonacesca e dalle sorgenti del fiume Alento. Prima dell’attuale costruzione sorgeva qui un monumento più antico, che la leggenda collega a Carlo Magno, ma che certo era anteriore alla metà del secolo IX. La data di fondazione del cenobio è incerta anche se il primo documento scritto ufficiale, il Memoratorio di Bertario, risale agli anni del suo abbazziato (854-883 d.C.).
Il monumento, devastato dal terremoto del 990, fu ricostruito in forme più grandiose tra il 1007 ed il 1019 dall’abate Teobaldo e nuovamente, alla fine del XI secolo (1080), da Desiderio. Lavori di restauro, inoltre, sono stati eseguiti nel corso del secolo XIII dall’abate francese Bernardo I Ayglerio (1264-1282), che fece realizzare il pavimento a mosaico cosmatesco della navata centrale.

Nel 1595 l’abate don Basilio da Brescia fece modificare sia il monastero sia la chiesa aggiungendo a questa un portico e le finestre rinascimentali. L’abbazia nella prima metà del ‘700 godeva ancora di una intensa attività economica e religiosa, come si può dedurre dalla stampa pubblicata dal Gattola nel 1733. A seguito del decreto di soppressione degli ordini monastici da parte di Napoleone nel 1806, San Liberatore iniziò in questo periodo il suo lento declino. Il monumento, invaso dalla vegetazione e utilizzato come cimitero, rimase per molto tempo ridotto a rudere.
Soltanto nel 1958, liberato da sterpi e detriti, venne riassettato il terreno che frane e terremoti avevano stravolto mentre un decennio più tardi (1967) iniziarono gli interventi integrativi che conferirono alla chiesa l’aspetto attuale.
La facciata, una volta preceduta da un portico, è a doppio spiovente con cornici ad arcatelle lungo le linee finali; un marcapiano la divide e le lesene della parte superiore corrispondono a semicolonne in quella inferiore, unite da arcate a tutto sesto.
Le semicolonne incorniciano tre portali, ornati, negli stipiti, nelle architravi e negli archivolti da bassorilievi con motivi a tralci e palmette.
Nell’architrave del portale di destra è da notare la presenza di due leoni, in posizione simmetrica ed equilibrata, ma con un aspetto palesemente deformato nella micro dimensione delle teste, simbolo della sproporzione tra il Divino e il mondo materiale.
Sempre all’esterno degna di nota è la massiccia torre campanaria, quadrangolare, posta a lato della facciata e distaccata dalla chiesa di circa cm. 20; presenta classiche cornici che delimitano i ripiani con monofore, bifore e trifore in successione.
Il lato a valle della chiesa si presenta privo di elementi decorativi perché su di esso si addossava il chiostro insieme a tutto il monastero.
Sulla parete si aprono tre passaggi: due porte davano l’accesso al monastero e alla sacrestia mentre la terza immetteva nel chiostro. Sulle pareti restano le tracce delle volte del chiostro, due solchi dove si innestavano i solai lignei.
Il prospetto posteriore segue simmetricamente la sagoma a salienti della facciata anteriore. I semicilindri delle absidi sono di altezza diversa: quello centrale, che si divide in due parti orizzontali, è il più alto e coincide con la parte superiore degli spioventi delle coperture delle navate laterali. La parte superiore comprende il motivo degli archetti pensili e tre finestre di stile preromanico, la parte inferiore non presenta decorazioni o elementi ma è interessante per la perfezione della concia dei blocchi in calcare.

La cornice dei tetti delle absidi minori coincide con la linea di separazione orizzontale dell’abside centrale. Tutte le finestre sono valorizzate dalla triplice risega che ha la funzione di fornire più luce a dare l’impressione di maggior ampiezza.
Il lato a monte è caratterizzato da contrafforti che hanno la funzione di controspinta strutturale e formano una galleria aperta che crea uno scorcio prospettico di grande effetto. Certamente vennero realizzati per trattenere la spinta dovuta alla mancanza di coesione del terreno collinare sovrastante.
L’interno della chiesa, ampio e maestoso, è a tre navate, divise da sette arcate per lato impostate su pilastri quadrangolari; l’abside centrale e la laterale sinistra sono decorate da bellissimi affreschi.
Nella parete dell’abside centrale l’affresco riassume alcuni avvenimenti di particolare importanza per il monastero e raggruppa alcuni grandi personaggi della sua storia: San Benedetto (la cui immagine, corrosa dall’umidità, è quasi completamente scomparsa) con il libro della sua ‘regola’ in mano; l’abate Teobaldo, che regge la Chiesa di San Liberatore, da lui fatta risorgere all’inizio del secolo XI, nell’atto di porgerla a San Benedetto; il patrizio romano Tertullo, che, secondo la tradizione, donò alcuni territori alla Badia; l’imperatore Carlo Magno e il benefattore Sancio, signore di Villa Oliveti.
La chiesa, durante le trasformazioni strutturali del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò (1265-1275) e l’abate francese Bernardo I Ayglerio (1263-1282) fu dotata del pavimento musivo. Si tratta di una derivazione dall’opus sectile di Montecassino, nella quale il progetto decorativo è costituito da un’intelaiatura reticolare a fasce marmoree, occupata internamente da specchiature a variatissimi motivi geometrici; un disco centrale di maggiori dimensioni è intrecciato per mezzo di cornici curvilinee a quattro dischi più piccoli, disposti agli angoli. Il motivo di origine bizantina, assente a Montecassino, detto quincunx, diviene in seguito fra i più comuni del repertorio cosmatesco-romano.
All’interno, nella porzione a destra della navata centrale, è presente un ambone, databile alla fine XII secolo, rimontato usando i numerosi frammenti conservati nella Chiesa del paese. L’opera di montaggio ha evidenziato la cassa quadrata del pulpito sorretta nel perimetro da quattro colonne. L’estetica e gli elementi presentano poche decorazioni.

Tombe rupestri

Dal piazzale antistante la chiesa di San Liberatore a Maiella, il sentiero porta, in pochi minuti, sulla riva del fiume Alento. Il fiume nasce intorno ai 700 mt. di altitudine in località Aia della Forca e da qui si snoda lungo un percorso di circa 35 Km, prima di sfociare nel mare Adriatico, nei pressi di Francavilla al Mare in provincia di Chieti.

Lungo tutto il suo corso le sue acque solcano ed incidono profondamente una lunga valle, restituendo il classico profilo a V. Il fiume, prezioso e indispensabile, viene ancora utilizzato per irrigare i campi della valle omonima e fu impiegato per azionare un mulino ad acqua costruito intorno al X secolo dai monaci di San Liberatore, diventando così uno dei principali punti di riferimento della comunità. Il suo corso, all’inizio, è impervio e dà origine a numerose cascatelle scavate nella roccia calcarea.

Costeggiando in salita la sua riva destra, poco distante dall’abbazia di San Liberatore, dopo duecento metri si giunge dove l’alveo del fiume si allarga e, qui, in località ‘San Giuvannelle’, ad una quota superiore, sono collocate delle tombe rupestri scavate nella roccia, a forma di sarcofago sormontate da un arcosolio.

Le caratteristiche di quest’area funeraria rimandano all’organizzazione del territorio da parte dei primi centri benedettini, dove anche i contesti tombali erano legati alla vita monastica o, in ogni caso, all’uso religioso. Il territorio di Serramonacesca, in epoca altomedievale, dovette essere abitato e sfruttato dai primi gruppi monastici che si insediarono nella valle dell’Alento, con probabilità riportabili ai secoli VII-VIII

Castel Menardo

Sul versante occidentale della valle del fiume Alento, in posizione strategica e in una incantevole collocazione ambientale si trova il Castello di Menardo. La fortificazione si erge sul pianoro roccioso del monte Ciumina (mt. 473 s.l.m.) a breve distanza dal centro abitato di Serramonacesca e a controllo sia delle rete viaria di epoca romana che dei percorsi tratturali. L’impianto presenta un orientamento NE/SW; lungo l’estremità ovest sono presenti due torri a pianta poligonale collegate da una struttura muraria lunga mt. 20; all’estremità est si innesta un corpo quadrangolare con funzioni di torretta di avvistamento; all’interno del recinto fortificato, oltre a divisioni in vani, sono visibili anche una cisterna ed un ambiente ipogeo scavati direttamente nella roccia.
Le imponenti ed eleganti strutture murarie in pietra calcarea della Maiella, dalla raffinata fattura dei paramenti interni ed esterni, sono caratterizzate dalla presenza di numerose arciere che ne sottolineano il carattere difensivo. Il suo grandioso aspetto di rudere e le possenti murature non nascondono, tuttavia, l’eleganza del paramento in pietra calcarea squadrata all’esterno e all’interno del fortilizio. L’organizzazione interna degli spazi e gli ambienti di servizio rimessi in luce grazie a diverse campagne di scavo archeologico fanno presupporre che la fondazione si deve ad un preciso progetto unitario politicamente finalizzato al controllo del territorio. Le particolari tecniche costruttive e l’architettura dell’impianto del castello trova dei significativi confronti con simili complessi dell’Italia meridionale, legati alla monarchia sveva. Le tecniche murarie ed in particolare l’uso del bugnato nelle cortine esterne delle due torri poligonali, rimandano – tra i tanti confronti istituibili – allo zoccolo del mastio di Caserta vecchia e al basamento della torre occidentale della Porta delle torri di Capua.
Castel Menardo, accostato ad alcune fortificazioni cassinesi per la singolare accuratezza costruttiva delle murature, costituisce ancora oggi una testimonianza storico – culturale di indubbia valenza.
Non sappiamo con certezza il periodo di costruzione del fortilizio ma è probabile che esso sia stato eretto per la difesa dell’abbazia benedettina di San Liberatore a Maiella (XII secolo). Il primo documento certo è del 1183, quando nell’inventario fatto redigere da Guglielmo II re di Napoli, Castel Menardo viene attribuito al barone Gentile Vetulo. Nel 1273, il diploma di Carlo d’Angiò che divise l’Abruzzo in due parti, ultra e citra flumen Piscariae, lo menziona insieme ad altre fortificazioni dell’Abruzzo ulteriore. In un inventario del 1492 si registra che il monastero di San Liberatore comprendeva, nei suoi domini, anche Castel Menardo. Il sito, poi, viene riportato nella cartografia storica in cui viene indicato come Castel Manali o Menale, così come nella Descrizione del Regno di Napoli di Pirro Ligorio del 1558 e nella carta del Mercatore datata al 1589.

Eremo di Sant’Onofrio

L’eremo di Sant’Onofrio si trova ad una quota di 725 metri s.l.m. La costruzione consta di una chiesa, la cui facciata esterna è stata completamente ricostruita dai fedeli nel 1948 e di alcuni locali che costituiscono il nucleo originario dell’eremo, in parte costruiti in muratura, in parte scavati nella roccia.

La costruzione sfrutta alcune cavità naturali che man mano vengono allargate, adattate e chiuse sul davanti. All’interno, al di sopra dell’altare, imponente è la statua del Santo realizzata in pietra. Due aperture poste ai lati dell’altare conducono alla ‘Grotta di Sant’Onofrio’ che va progressivamente restringendosi in un cunicolo e sul cui fondo sono stati, in passato, trovati resti ossei umani pertinenti ad un ambito sepolcrale.

Nella grotta, addossato alla parete sinistra, è un incavo della roccia detto ‘Culla di Sant’Onofrio’. Ad essa i devoti, che vi praticano una sorta di litoforia, attribuiscono il potere di guarire dal mal di pancia e dolori delle ossa.

Torre Polegra

La torre Polegra è posta su un’altura alle spalle della chiesa di San Liberatore a Maiella, in una suggestiva cornice ambientale e paesaggistica.

Citata nei documenti quale possedimento del monastero almeno dal XII secolo, fu abitato fino alla fine del XV; in seguito fu abbandonato a causa di una pestilenza che decimò la popolazione.

Oggi rimane solo metà di una delle torri circolari. Eloquenti sono i documenti riferiti al sito archeologico: esso è legato profondamente all’abbazia di San Liberatore di cui è annoverato tra i beni: ne sono un esempio la bolla di conferma di papa Onorio III del 1216 e gli atti di confisca rispettivamente del 1278 e del 1321.

Nel 1492, quando San Liberatore e le sue pertinenze furono consegnate all’abate commendatario Mario Sinibaldo di Scandriglia, Polegra risultava già diruta.

Tempietto di Santa Maria

Lungo la strada che conduce a San Liberatore, a sud ovest della piccola chiesetta di Santa Maria, si può ammirare un antico complesso rupestre. Il carattere originario del piccolo monumento è funerario, nel senso che il primo utilizzo è certamente legato ad una sepoltura monumentale.
Sono noti esempi ben più ricchi da un punto di vista architettonico come la tomba di Archimede a Siracusa, colombario di età augustea, o le tombe etrusche a tempio. Non è raro rintracciare esempi anche in Abruzzo di tombe a camera che recano accenni di monumentalizzazione associati ad iscrizioni funerarie (non è certo un caso che l’esempio di Serramonacesca ne rechi una sul prospetto centrale al di sopra della nicchia), come ad esempio nel caso di una tomba rupestre a pianta rettangolare nel territorio di Venere (L’Aquila) datata al I secolo d.C.
Una seconda fase di utilizzo del complesso, più tarda della prima ma cronologicamente incerta, può essere rintracciata in ulteriori escavazioni ed interventi umani che si sovrappongono alla prima. Questo è evidente, infatti, in primo luogo dal taglio operato sulla destra della lesena del prospetto architettonico per l’introduzione del primo ambiente; in secondo luogo dalle successive lavorazioni della roccia per aumentare i volumi interni sulle pareti dei vani.
Pur restando da chiarire la funzione del riuso di questi ambienti e la precisa cronologia del primo sfruttamento, ciò che si rivela chiaro è che il complesso rupestre si inserisce in un discorso più ampio che coinvolge l’intero territorio comunale di Serramonacesca. Esiste di fatto una facies rupestre che si ritrova a Torre Polegra, Castel Menardo, nella presenza di alcune grotte lungo l’Alento e non da ultimo nell’eremo di Sant’Onofrio.