COMUNE DI LETTOMANOPPELLO

Questo singolare paese dell’area settentrionale della Majella, il cui nome deriva dalla dicitura con cui anticamente era menzionato il luogo: “Terra Lecti Prope Manopellum” (terra nei pressi di Manoppello) ha un aspetto fortemente allungato. Questa è una caratteristica tipica dei villaggi longobardi, motivata dalla transumanza verticale praticata dai monti ai piani sottostanti. Infatti in quel periodo avvenivano migrazioni stagionali di piccoli gruppi di persone con i loro greggi, che dai pascoli di pianura si spostavano in quelli di montagna e viceversa.

L’uomo antico percorreva il territorio lettese tra le balze e i crinali della montagna fino al territorio più a valle, sin dal Paleolitico (120.000 anni fa). Questi luoghi erano frequentati da bande di cacciatori – raccoglitori. Numerose infatti sono le testimonianze di stazioni in grotta e all’aperto che ci attestano usi diversificati della montagna, in particolare la caccia ai grandi mammiferi e la ricerca di affioramenti di selce da cui ricavare strumenti.

Di particolare interesse appare la frequentazione della zona in epoca romana, quando vengono sfruttate le cospicue risorse minerarie legate alla presenza di affioramenti d’asfalto, poi coltivate sino all’età moderna. Da un’antichissima miniera in località Pignatara proviene il celebre pane d’asfalto d’epoca romana con bollo di Telonius Sagitta, e l’utilizzo di queste importanti risorse minerarie poter calafatare le navi proseguiva ancora in età medievale, come dimostrato dal rinvenimento di monete della Repubblica d’Amalfi (secc. XII-XIII) presso l’ex chiesa di Santa Liberata.

II paese, di origine medioevale, sorse nei tenimenti di San Clemente a Casauria come Castello e per lungo tempo fu subordinato alle vicende storiche della contea di Manoppello, Nel VII secolo venne inglobato nella Diocesi di Chieti e nel 1279 risultò essere la quarta parte di un feudo posseduto da Abamonte Di Letto. Nel 1338 era proprietà della famiglia Orsini, conti di Manoppello, mentre intorno al 1385 fu feudo della famiglia De Lecto, di origine longobarda. Questi erano ufficiali preposti all’erario, amministratori di canoniche, di confraternite, di conventi e ministri della Camera Apo-stolica. Nel tempo la popolazione lettese andava aumentando fino ad arrivare nel 1795 a 1336 unità, e il paese risultava essere pro-prietà feudale dei baroni Dario.

Tholos

Per strappare terra e pascolo alla montagna, con la pietra i pastori e i contadini della Majella hanno scritto un capitolo non trascurabile della storia dell’architettura abruzzese, dando vita a una tipologia di costruzioni spontanee frequentissime sulle balze ed i pascoli della montagna: le capanne a tholos, dette in dialetto “pajare”. Innalzate con un ingegnoso sistema di costruzione a secco, senza l’uso di cementi, il principio costruttivo su cui si basano non conosce i fondamenti ingegneristici né degli archi, né della volta.
L’elevazione, infatti, avviene per sovrapposizione concentrica a rastremare di ricorsi di pietre: in sostanza, ogni giro viene semplicemente poggiato su quello inferiore, spostato leggermente verso l’interno di qualche centimetro. In questo modo, a fine costruzione, come per magia, solo un’ultima pietra poggia sulle altre a chiudere la pseudo-volta così realizzata. La struttura non implode perché ogni pietra risulta concatenata a spinta con le vicine.
Geniali poi i metodi usati per creare gli ingressi alle capanne, che variano dal semplice architrave orizzontale fatto con un unico blocco di pietra allungato, a diverse forme di archi o triangoli di scarico, ottenuti con varie pietre puntellate le une contro le altre. Grazie ad un lungo lavoro di ricerca e di catalogazione sviluppato dallo studioso Edoardo Micati, oggi tutte le capanne a tholos della Majella sono state catalogate, classificate e protette da una apposita legge regionale. La maggior parte di quelle che si possono ancora oggi ammirare sui pendii della Majella venne costruita dalle epoche remote fino agli anni Cinquanta del ’900, con tecnica immutata. In molti casi sono ancora usate per lo più dai pastori in estate, ma anche come stalle, fienili e deposito di attrezzi agricoli.

Molte di esse sono state recuperate grazie a recenti progetti di restauro e salvaguardia. Per ammirarle si può fare una facile escursione nelle aree dove sono più abbondanti, ossia le Case Pagliari, il Fosso Capanna e la Majelletta nel territorio di Roccamorice, la Cerratina e il Fosso Sant’Angelo nei dintorni di Lettomanoppello, Decontra nel comune di Caramanico, la Valle Giumentina nel territorio di Abbateggio. Per vederne in abbondanza stando comodamente in auto basta seguire la strada che da Roccamorice sale verso la Majelletta.

Grotta di Sant’Angelo

Si tratta, secondo la tradizione longobarda, di un riparo naturale di grandi e spettacolari dimensioni ubicato lungo il piccolo corso d’acqua dedicato al santo. L’interno è naturalmente diviso in due grossi androni da un imponente sperone di roccia. Vi è anche una cavità nel terreno, pavimentata in pietra e recintata, che viene definita dai paesani “letto di S.Angelo”.

Quasi al centro della grotta era collocata una statua di S. Michele Arcangelo fortuitamente recuperata da un tentativo di furto ed ora custodita presso il Museo delle Genti d’Abruzzo.

Ne rimane una copia collocata su un piccolo altare retto da un capitello scolpito. La statua manca del braccio destro e reca in mano un’asta e un fiore; lo stile scultoreo richiama le maestranze locali di Caramanico già operanti nelle sculture della chiesa di S.Tommaso del XIII secolo.

Chiesa di San Nicola di Bari

Realizzata in un armonioso stile barocco, risale al XVII secolo, ma purtroppo venne parzialmente distrutta da un terremoto nel 1984. Il campanile è in pietra; la sua copertura, cosiddetta “a cipolla”, sovrasta un unico ordine di archi a tutto sesto. All’interno le tre navate sono percorse da nicchie e altari laterali abbelliti da stucchi, statue, tele e sculture in pietra della tipica tradizione locale di scalpellini.

Santuario dell’Iconicella

Ubicato alla sommità del paese il santuario custodisce una statua della Vergine di Costantinopoli il cui stile richiama le tradizioni napoletane. La facciata è regolare e a piccoli blocchi squadrati, il portale è a tutto sesto e in facciata vi sono due piccole aperture ovali che permettevano di attingere l’acqua consacrata dalle acquasantiere interne. L’interno è canonico, ad unica navata con altare, in pietra, sul fondo.

Chiesa di San Pietro

Strutturata come chiesa tratturale, sul margine del Tratturo Magno, pare sia costruita su un precedente tempio pagano. Citata nelle fonti già dal 1407, reca in facciata numerosi elementi scultorei di reimpiego provenienti verosimilmente dalle numerose ricostruzioni e rifacimenti avvenuti nel corso dei secoli.

Grotta delle Praie

Un altro esempio di cultura rupestre è la cosiddetta grotta delle Praie ricca di stalattiti dalle varie morfologie che creano un interesse geologico ed ambientale di grande rilevanza.

Sorgenti sulfuree del Parco Lavino

Di interesse geologico vanno ricordate anche le sorgenti sulfuree dalle acque ricche di minerali denominate del Lavino e del Ripa.

Miniera di Vaccareggia

La miniera ormai dismessa, fa parte del grande complesso minerario della zona, attivo nel secolo scorso. E’ formata da un grande antro da cui si diramano diverse gallerie, dalle quali si estraevano scisti bituminosi.