COMUNE DI ROCCAMORICE

Il paese di Roccamorice, all’interno del Parco Nazionale della Majella e della Comunità Montana Majella è un piccolo centro di media montagna della provincia di Pescara. E’ posto a 470 m s.l.m su di uno sperone roccioso che separa le valli dei fiumi Lavino e Avinello, nel versante nord-occidentale della Majella.
Le più antiche testimonianze della presenza umana in zona risalgono all’età del paleolitico e sono state individuate soprattutto sul versante Nord-Ovest della Majella. Si tratta di resti sporadici portati probabilmente dalle stesse genti che si insediarono attorno al lago di Valle Giumentina e che svolgevano abitualmente la caccia su tutto il territorio che si estende in questa parte della montagna.

È impossibile stabilire con precisione l’epoca della nascita di Roccamorice; essa non viene mai citata espressamente all’interno del Chronicon Casauriense dell’Abbazia di San Clemente dove sono invece attestate le fondazioni dei centri confinanti e limitrofi di Abbateggio, Castrum Petrae (San Valentino) e Caramanico; nel documento però si trova varie volte menzionato il toponimo generico “Rocca”: “ …tunc enim quidam Acton, filius quondam Roccae…”, “ltem Ecclesia SS Trinitatis in pertinentis Rocce…”, che non si può comunque riferire con sicurezza a Roccamorice, dato che potrebbe ricondursi anche agli altri centri, frequenti nell’area majellese, la cui prima parte del nome è formata da questo termine.

La nascita di Roccamorice risalirebbe ad un’epoca non precedente al X-XI secolo, nel suo territorio esisteva però la chiesa rurale di San Giorgio in Flagiano, a cui sembrano correlabili forme di abitato remote, che potrebbero essere anche precedenti l’incastellamento.

La zona era comunque da tempo culla delle prime forme eremitiche e cenobitiche, di cui si hanno notizie già dal IX secolo e che si svilupperanno ulteriormente tra il X e XI secolo e ciò lascia supporre che aree abitate, anche se di tipo sparso, non mancassero già dall’alto Medioevo.

Chiesa di Santo Spirito a Majella

La Chiesa di Santo Spirito a Majella si presenta immersa in un contesto paesaggistico e naturalistico unico, ubicata a 1132 m. s.l.m. lungo una parete di roccia calcarea avvolta da una maestosa faggeta nel cuore dell’Appennino centrale abruzzese.
Le sue vicissitudini sono legate indissolubilmente alla figura di Pietro Angelerio (nato a Sant’Angelo Limosano – IS nel 1209/1210), noto come Pietro da Morrone, futuro Papa Celestino V.
I primordiali insediamenti eremitici si collocano intorno all’VIII secolo per divenire, nel corso dell’XI secolo, possedimento benedettino. Nel 1053, vi dimorò l’abate Desiderio che, nel 1086, divenne Papa Vittore III. Nel 1246, all’arrivo di Pietro, venne riedificata la chiesa e dedicata allo Spirito Santo dopo la leggendaria visione verificatasi all’alba del 29 Agosto 1248. Nel 1264, con Pontificio Riconoscimento da parte di Urbano IV, la confraternita fondata da Pietro fu annessa all’Ordine Benedettino.
Nel 1274, Pietro si recò a Lione per evitare la soppressione minacciata dal II° Concilio Lionese, indetto da Gregorio X; la congregazione ottenne nuova approvazione che determinò, inoltre, l’elezione di Pietro a Priore di Santo Spirito. Gli allontanamenti dell’Asceta da questo luogo iniziarono a farsi sempre più frequenti e, nel 1293, si stabilì presso Sulmona, nell’Eremo di Sant’Onofrio, e trasferì la Casa Madre dell’ordine da Santo Spirito a Majella a Santo Spirito al Morrone.

Nell’agosto del 1294, nella Basilica di Colle Maggio, ad Aquila, ascese al soglio pontificio con il nome di Celestino V e la sua congregazione assunse il nome di Celestini. Come noto, dopo solo cinque mesi, il 13 Dicembre lasciò il soglio pontificio. La sua esistenza si concluse nella Rocca di Fumone il 19 Maggio 1296.
Dalla seconda metà del XIV secolo, un progressivo declino dell’Eremo determinò un lungo periodo di abbandono. Per assistere alla rinascita, bisognerà attendere l’Abate Pietro Santucci da Manfredonia che, nel 1586, ottenne, da Papa Sisto V, il consenso alla riedificazione di Santo Spirito. Nel 1646 il complesso venne ulteriormente ampliato con una costruzione ad uso civile, “La Casa del Principe”, per volontà del Principe Marino Caracciolo. Inoltre una Bolla Pontificia di Benedetto XIV del 1742 estese a Santo Spirito i medesimi privilegi spirituali di Loreto, Montecassino e Subiaco, in particolare “Il Perdono”.
Le soppressioni napoleoniche del 1807 decretarono un nuovo stato di abbandono aggravato da un incendio nel 1820 che porterà la perdita della seconda navata presente a sinistra. Bisognerà attendere il 1893 quando Domenico Bonfitto di San Marco in Lamis restaurò la chiesa, conferendole l’assetto attuale ad aula unica, e ripristinò la pratica del “Perdono” ancora oggi vigente

Eremo di San Bartolomeo

L’eremo di San Bartolomeo sorge non distante da Roccamorice, a circa metà altezza nella valle di S. Spirito, a 650 m. s.l.m., proprio in quel luogo dove la natura si rivela più impervia, con un cammino che è possibile percorrere unicamente a piedi nell’ultimo tratto, quando la strada cede il passo ad un sentiero che fende la valle. Perfettamente mimetizzato con la materia rocciosa che lo compone, sfruttando proprio la balza di roccia lunga circa 50 metri, troviamo un caratteristico esempio di chiesa rupestre.
I primi insediamenti risalgono al VI° secolo quando gruppi di anacoreti provenienti dalla Sicilia, spinti dalle incursioni arabe, trovarono rifugio sulla Majella. Questi asceti introdussero il culto di San Bartolomeo, le cui reliquie giunsero in Italia,, una prima volta, nel III° secolo a Lipari per tornarvi, una seconda volta, nel VI° secolo ed, infine, nell’838 a Benevento. L’arrivo di Frate Pietro da Morrone a metà del XIII° secolo produsse una rinnovata frequentazione di questo luogo e già nel 1252 il Conte di Manoppello(PE), Gualtiero di Palearia, concesse ai monaci di Santo Spirito il diritto di patronato sull’Eremo e, nel 1264, il Pontificio riconoscimento di Urbano IV con conseguente annessione all’ordine benedettino ufficializzarono il primo provvedimento.
I ritiri di Pietro si intensificarono tra il 1275, compiuto il viaggio a Lione, e il 1288 allorché scelse questo luogo spinto dal desiderio di allontanamento, essendo divenuto Santo Spirito a Majella assiduamente frequentato dai pellegrini che al sant’uomo chiedevano soccorso.
La riqualificazione conferisce al luogo una sistemazione che si conserva ancora oggi. Percorso l’ultimo tratto del sentiero, discesi pochi gradini e oltrepassato un pertugio ricavato nella roccia, ci si trova direttamente sulla balconata rocciosa antistante la chiesa, protetta a destra da un muretto interrotto dall’apertura di due gradinate a loro volta suddivise, che consentono di scendere nella valle sottostante.
La prima è la “Scala Santa” percorsa solo in salita, in ginocchio pregando, subito seguita dalla seconda che consente di scendere al “fosso di San Bartolomeo”.
Percorsa la balconata, troviamo l’ingresso dell’eremo, interamente realizzato nella roccia con un’ unica parete realizzata a mano destra, coperto da tetto ad una sola falda come avviene per le costruzioni che sfruttano il riparo roccioso.

Il portale è semplice ad architrave, la facciata presenta tracce di affreschi duecenteschi raffiguranti un Cristo benedicente ed una Madonna con Bambino molto danneggiata oggetto di studi recenti condotti da Enrico Santangelo che stabilisce notevoli rispondenze con San Pellegrino a Bominaco(Caporciano AQ) Santa Maria ad Cryptas a Fossa(AQ) e la non distante San Tommaso presso Caramanico Terme(PE) e con l’artista Gentile da Rocca.
L’interno ha un’ampiezza di circa quattro metri per otto e tutto l’apparato si distribuisce proprio nell’incavo della roccia, prendendo la luce unicamente da una porta-finestra, mentre in origine vi era anche una finestra a mano destra oggi murata.
Nella parete di sinistra affiora una piccola risorgenza d’acqua sotto una roccia cava comunicante con una vaschetta che confluisce all’esterno. É considerata “ l’acqua Santa di San Bartolomeo”, prelevata mediante un cucchiaio direttamente alla sorgente e miscelata a quella raccolta nel vallone sottostante.

Addossato alla parete di fondo, troviamo l’unico altare a mensa sul quale si apre una nicchia che custodisce una statua ottocentesca in legno di fico policroma raffigurante San Bartolomeo che reca avvolta alla spalla sinistra la propria pelle con la testa e nella mano destra il coltello. Questi elementi rimandano al martirio del santo, avvenuto in Oriente, originario di Cana in Galilea morto tra il 60 e il 68 d. C. seguendo due tradizioni che lo ricordano una decorticato vivo e l’altra decapitato, nel nostro manufatto vengono a convergere essendo presenti sia i lembi di pelle ed il coltello, sia la testa.
A sinistra dell’altare si apre una piccola porta che immette in due locali attigui disimpegnati da un corridoio, il primo un tempo destinato alla sagrestia, il secondo come pertinenza per i monaci, oltrepassati i quali incontriamo un piccolo terrazzamento che delimita la conclusione balconata ed un’ultima gradina sempre ricavata nella roccia, che concede di raggiungere la zona sottostante. Percorrendola incontriamo una delle cavità naturali che ricamano l’intera parete rocciosa, il riparo denominato “ Ermanno de Pompeis” sito di notevole interesse archeologico oggetto dal 1990-91 di un importante campagna di scavo condotta dall’Università di Pisa che ha restituito reperti testimonianti la presenza in loco di un villaggio di cacciatori risalente al periodo – Paleolitico superiore.

Gli uomini provenienti anche dalla vicina Valle Giumentina, sfruttano le insenature rocciose come ripari nei mesi più caldi mentre seguono le migrazioni della fauna. Il sito infatti ha restituito manufatti realizzati in selce, roccia sedimentaria impiegata per realizzare utensili da caccia, che oggi testimoniano una vitalità di questi luoghi sin dalla preistoria. Giunti nel fondovalle oltrepassato un imponente masso che secondo la tradizione Pietro distacca dalla parete sovrastante per consentire il passaggio nei momenti di piena del torrente Lavino che proviene da Santo Spirito, si raggiunge la “Sorgente del Catenaccio”. Anche in questo caso, come per il masso che funge da ponte, l’intervento miracoloso di Pietro ne determina l’origine: secondo la tradizione “durante una estate particolarmente torrida venne scaraventato contro la roccia il chiavistello della chiesa soprastante generando una fessura di forma similare, dalla quale ancora oggi ininterrottamente anche durante le stagioni più roventi, sgorga acqua”.

I pellegrini devoti, la raccolgono e la miscelano con “l’acqua santa di San Bartolomeo” prelevata in chiesa, per ottenere un liquido dalle proprietà miracolose. Seguendo la tradizione locale all’alba del 25 agosto i fedeli si recano nella chiesa e dopo aver assistito alla celebrazione della liturgia, in processione conducono la statua del santo sino alla chiesa Parrocchiale di Roccamorice per i festeggiamenti. Il primo tratto di questo corteo è molto singolare in quanto la statua viene portata in braccio e passata di fedele in fedele quasi per tutta la durata della processione, per essere sistemata su una portantina, solo a circa 2 km dal paese. Questo rituale genera un legame profondo con i devoti che non avvertono il distacco reverenziale che intercorre tra fedele e divinità ma collocano il Santo in una dimensione più palpabile che ha sempre contribuito alla conservazione del culto. Anche il coltello che impugna con la mano destra, veniva temporaneamente asportato e condotto nelle case dei malati per propiziarne la guarigione. Il ritorno all’eremo avviene in tono dimesso con una piccola rappresentanza di fedeli dopo un mese. San Bartolomeo viene ricordato come il protettore dei macellai e dei conciatori, nel 1568 il Calendario Romano anticipa la data di commemorazione dal 25 al 24 di agosto ma a Roccamorice malgrado i tentativi dei parroci, si è rimasti fedeli al 25.

Grangia di San Giorgio

Complesso architettonico che dista dal centro urbano di Roccamorice meno di 2 chilometri in contrada Cusano ed è un insediamento monastico di origine cistercense L’ordine Cistercense sorse dal ceppo benedettino pertanto sia la spiritualità che la strutture, hanno come punto di riferimento l’ordine Benedettino.
Il capitolo 66 della Regola afferma infatti: “Possibilmente il monastero deve essere costruito in modo da potervi trovare quanto è necessario, cioè, l’acqua, un mulino, un orto e reparti per le varie attività, così che i monaci non debbano girovagare fuori: ciò infatti non reca alcun vantaggio alle loro anime”.
Con il Termine Grangia si identificava una costruzione chiusa, nella quale si conservava il raccolto ma nello stesso tempo prolifera anche un azienda agricola comprendente oltre alla grangia propriamente detta, edifici rurali, campi e pascoli realizzati su terreni appartenenti all’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli, diventando una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco «granciere»; ampliata ulteriormente dalla popolazione laica dei salariati, contadini, pastori, piccoli artigiani In italiano, il termine grangia è un derivato dal vocabolo francese [dal fr. grange, fr. ant. granche, «granaio»].

L’ubicazione delle grangie era variabile e ogni abbazia ne aveva almeno una nelle vicinanze generalmente non a più di una giornata di cammino, anche se in merito numerose sono le eccezioni. Inoltre la tradizione cistercense stabiliva che la domenica tutti i conversi (fratello laico che nelle comunità monastiche svolgeva servizi manuali) delle grangie dovevano recarsi all’abbazia di appartenenza, salvo eventuale dispensa; questo fa ovviamente supporre che in quel giorno la cura del luogo era affidata a servitori laici.
La Grangia di San Giorgio, possiede dimensioni ridotte e comprende una piccola chiesa con annesso convento costruito intorno al chiostro ed proprio quest’ultimo nella tradizione costruttiva cistercense, costituiva il punto di riferimento di tutto il complesso abbaziale attorno al quale prendeva vita tutta la struttura. In origine apparteneva all’abbazia benedettina Santa Maria di Pulsano e dal 1203 a quella di San Pietro in Vallebona.

Diventa possedimento di Santo Spirito a Majella nel 1271 e ulteriormente confermato con la Bolla Papale emessa da Papa Gregorio dopo il II Concilio di Lione del 1274, questo luogo si rivela di fondamentale importanza per l’abbazia d’appartenenza sia sotto il profilo di sostentamento alla stessa, ma anche come sede di controllo essendo vicina al nucleo urbano e di conseguenza meno isolata rispetto alle alture della Majella. Sul finire del ‘200, dal 1298 al 1310, in questo luogo si stabilì il Beato Roberto da Salle, uno dei discepoli prediletti da Pietro, e rigido osservante degli insegnamenti del Maestro. Attualmente la chiesa conserva tutta la sua semplicità ad aula unica di pianta longitudinale con copertura lignea, la zona presbiteriale è rialzata di un gradino, l’altare in pietra addossato alla parete di fondo non custodisce più il quadro di “San Giorgio che sconfigge il drago” perso definitivamente dopo i restauri realizzati nel 1949 e ancora negli anni ’80. Restano i ruderi del complesso monastico con il portale che immette ai locali della zona abitativa e consente di scoprire le due campate del portico che ancore sono presenti, un tempo coperte con volte a crociera.